mercoledì 6 luglio 2011

AUTOBIOGRAFIA - 9

Ero molto forte: un duro lavoro

Ero molto forte. Ricordo che un giorno un uomo si vantava con alcune ragazze di essere molto robusto. Io mi lanciai contro di lui che se ne stava seduto, lo afferrai e lo stesi a terra. Si mise a gridare di lasciarlo, ma io lo rotolai, abbandonandolo soltanto quando lo volli: il mio fine era solo quello di ottenere che egli, essendo uomo, mostrasse la forza di cui si vantava. Sui 13 anni diedi un potente schiaffo ad un uomo che mi aveva rivolto una frase sconcia. Dai 12 ai 14 anni ho goduto di una normale buona salute; lavoravo in campagna così bene che guadagnavo tanto quanto la mamma.
Una volta, raccogliendo, su di un rovere, le foglie da dare alle bestie, caddi al suolo e rimasi qualche istante senza respirare e senza potermi muovere; poi mi rialzai e ripresi il lavoro. Dai 12 ai 13 anni fui posta dalla mamma a servizio di un vicino a queste condizioni: libertà di andare a confessarmi ogni mese; libertà, nei pomeriggi della domenica, di starmene a casa e di andare alle funzioni religiose; proibizione di farmi uscire all'imbrunire. Il contratto era per cinque mesi, ma non li terminai. Il padrone era un aguzzino: mi dava nomignoli spregiativi, mi obbligava ad un lavoro superiore alle mie forze. Era un uomo senza pazienza, crudele perfino con gli animali. Mi umiliava davanti a chiunque. Quella vita triste rubava la gioia della mia giovinezza.
Un pomeriggio mi mandò al mulino, dove giunsi sul far della sera; quando rincasai era già scuro, perché ci voleva un'ora di strada. Egli mi sgridò duramente, mi diede persino della ladra. Suo padre, già vecchio, prese le mie difese. Siccome per la notte ritornavo sempre a casa mia, quella volta, assai offesa perché la mia coscienza non mi rimproverava di nulla, mi lamentai con la mamma. Ella, informatasi dell'accaduto e constatato che le condizioni del contratto non erano state rispettate, mi ritirò dal servizio, nonostante le insistenze del padrone. Una volta, a Póvoa de Varzim, quel padrone mi aveva lasciata, dalle 22 alle 4 del mattino, a custodire quattro coppie di buoi mentre egli con un suo amico se ne era andato non so dove. Piena di paura, passai così quelle tristissime ore della notte. Mi furono compagne le stelle del cielo che bril­lavano molto.

Un sogno che non dimenticai

Una sera andavo dalla cucina alla camera con un lume che mi si spense. Lo riaccesi più volte ed altrettante si spense, senza che vi fosse un soffio di vento. Quando tentai di accenderlo per l'ultima volta caddi, rovesciando il petrolio che mi sprizzò in faccia e in bocca. Pensai che fosse un diavoletto dispettoso ed esclamai: - Puoi andartene perché con me non hai nulla da fare. - Mi coricai tranquilla, mi addormentai e feci un sogno che rimase impresso nel mio animo. Salii fino al paradiso attraverso una scaletta dai gradini tanto minuscoli che a stento vi poggiavo la punta dei piedi. Arrivai lassù con difficoltà, im­piegandoci molto tempo perché non vi era nulla cui aggrapparsi. Durante la salita vidi ai lati della scala alcune anime che mi confortavano senza parlare. Lassù vidi su di un trono il Signore e al suo fianco la Mamma celeste; il cielo era affollato di beati. Dopo quella visione, pur non volendo, dovetti ritornare sulla terra. Discesi facilmente; tutto scomparve e mi svegliai.

Nessun commento:

Posta un commento