mercoledì 6 luglio 2011

AUTOBIOGRAFIA - 7

Carità verso i bisognosi


Deolinda, la sorella
Quando venivo a sapere che qualche persona non aveva di che coprirsi a sufficienza, chiedevo il necessario alla mamma. Rimasi sovente a far compagnia ai sofferenti.

Assistetti alla morte di qualcuno, pregando come sapevo. Aiutavo a vestire i defunti, anche se mi costava assai; lo facevo per carità. Non avevo il coraggio di lasciar soli i parenti del morto. Prestavo volentieri questi aiuti, vedendoli tanto po­veri
Mi ricordo di alcuni casi. Andai a visitare un uomo ammalato e lo trovai coperto di poveri stracci. Corsi subito a casa e chiesi alla mamma due lenzuola. Me le imprestò volentieri; le portai e rimasi a fare compagnia alla figlia dell'ammalato, che visse ancora 12 giorni. Una ragazza venne un giorno ad avvisarci che una sua vicina stava per morire. Mia sorella prese un libro di devozioni, l'acqua benedetta e corse presso la moribonda. Due alunne sarte e io la accompagnammo. Deolinda iniziò la preghiera per la buona morte benché fosse tanto turbata da tremare. Terminate le orazioni, la donna si spense. Allora Deolinda disse: – Ho fatto quello che potevo; non mi sento di fare altro. – E se ne andò. Anche una nipote se la svignò. Io osservai la figlia della defunta e non ebbi il coraggio di lasciarla sola. Rimasi ad aiutarla a lavare e a vestire la salma che era tutta piagata ed esalava un puzzo ripugnante. Mi pareva di svenire da un momento all'altro. Una donna che ci osservava dalla camera vicina notò il mio malessere ed uscì a prendere delle foglie profumate per farmele odorare. Me ne venni di là quando la defunta fu ben sistemata sul letto. Avevo 11 o 12 anni quando i miei zii, che abitavano nel paese di S. Eulalia, si ammalarono di spagnola. Accorsero ad assisterli mia nonna e poi mia mamma, ma si buscarono la stessa malattia; allora, sebbene fossi molto giovane, andai con mia sorella a prenderne cura. Una notte mio zio morì. Rimanemmo colà fino alla Messa del settimo giorno. Una volta fu necessario andare a prendere il riso attraversando la camera ove mio zio era morto. Arrivata sulla soglia, mi prese la paura. Non ebbi il coraggio di entrare e dovette venire con me mia nonna. Una sera fui incaricata di chiudere le finestre di quella camera. Giunta alla saletta attigua dissi a me stessa: - Devo perdere la paura! – E così dicendo camminai adagio di proposito, aprii la porta e passai dove era stata la salma dello zio. Da allora non ebbi più paura: mi ero vinta.
Godevo molto nel fare l'elemosina ai poveri. Quante volte piangevo perché impotente ad aiutarli secondo i loro bisogni! Mi sentivo felice di privarmi persino del mio cibo.
Benché fossi molto giovane, diedi sovente consigli a per­sone di una certa età. Le confortavo come meglio sapevo, ottenendo che molti evitassero di fare del male. Delle confidenze che mi facevano conservai sempre il più rigoroso segreto. Mi sento piena di riconoscenza verso il Signore. A Lui solo devo di essermi comportata così.

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