mercoledì 6 luglio 2011

AUTOBIOGRAFIA - 6

All'inferno, no!

Fra Emanuel delle Sante Piaghe
A nove anni feci la mia prima confessione generale a Fra Emanuele delle Sante Piaghe che predicava a Gondifelos. Vi andai con Deolinda con una cugina che si chiamava Olivia. Prendemmo posto presso l'altare del sacro Cuore per udire me­glio la predica. Io deposi i miei zoccoletti presso la balaustra.
Il tema del discorso era l'inferno. Ascoltai con molta attenzione parola per parola. Ad un certo punto il padre ci invitò a scendere con lo spirito nell'inferno. Io non compresi l'esatto significato delle sue parole, ed avendo sentito dire che Fra Emanuele era un santo, credetti che noi tutti saremmo andati davvero all'inferno per vedere ciò che avviene in quel luogo. Dissi allora fra me: — All'inferno non voglio andare! Quando gli altri vi si dirigeranno, io me la svignerò. — Così pensando, afferrai i miei zoccoletti per essere pronta a fuggire. Vedendo che nessuno si muoveva, rimasi dove ero, ma sempre con gli zoccoletti in mano.

Ero molto scherzosa

Amavo molto mia sorella, ma quando mi stizzivo con lei le tiravo addosso ciò che mi capitava in mano: mi ricordo di averlo fatto due volte e mi sento in dovere di confessarlo. Mi piaceva assai farle degli scherzi. Qualche volta al mattino mi alzavo prima di lei e le mettevo degli ostacoli alla porta per farla cadere, come per dirle che era pigra. Le feci anche scherzi di cattivo gusto. Un giorno alzai il coperchio di una cassapanca e lo lasciai cadere con forza emettendo alte grida e fingendo di essermi schiacciata una mano. Deolinda accorse spaventata ed angosciata, finché ad un certo punto le risi in faccia. Nella intimità familiare, chi rallegrava tutti ero io. La mamma soleva dire: – I ricchi hanno il giullare; io non sono ricca ma ce l'ho ugualmente.
Deolinda a 12 anni incominciò il suo corso di sarta. Il primo capo confezionato fu una camicia per me; ma per il taglio e l'ampiezza pareva una camicia da ragazzo. Io, nonostante i miei nove anni, mi burlai di lei. Vestii la camicia sopra i miei abiti e mi incamminai verso casa. Mia sorella, ridendo a più non posso, mi supplicava: – Svesti quella camicia! Non hai vergogna di dare spettacolo in tal modo? – Non le diedi retta... e, ridendo anch'io, feci quei 500 metri che mi separavano da casa.
In un bel pomeriggio andai con le mie cugine a passeggio su un monticello poco lontano da casa ove trovammo alcuni giumenti al pascolo. Pur non sapendo cavalcare, mi arrischiai a saltare in groppa ad uno di essi. Pochi istanti dopo caddi tra i rovi, ma non mi ferii e ci facemmo una buona risata. Sui 16 anni, già ammalata, andai alla casa dove mia sorella lavorava da sarta. Avendo trovato appeso un vestito da uomo, lo indossai e comparvi davanti a mia sorella e alla padrona di casa. Quanto risero non so dire. La padrona mi suggerì di uscire in istrada ove i suoi figli e il marito stavano potando le viti del pergolato. Pur sospettando che mi avrebbero riconosciuta, ubbidii. Passando vicino a loro li salutai togliendomi il cappello. Essi smisero di lavorare e mi osservarono a lungo domandandosi: – Ma chi è quel giovanotto? – Mia sorella e la padrona dalla finestra seguirono la scena ridendo a più non posso. Ricordando certe monellerie mi duole di averle commesse: vorrei piuttosto avere amato Gesù.

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