mercoledì 6 luglio 2011

AUTOBIOGRAFIA - 13

Se un giorno mi rivedrete per la strada...

Mi giunse notizia dei miracoli che avvenivano a Fatima. Nel 1928 varie persone della parrocchia andarono pellegrine alla Cova da Iria; in quella occasione venne anche a me il desiderio di partire. Il medico ed il parroco non me lo consentirono, perché il viaggio era lungo ed io non sopportavo neppure che mi toccassero il letto. Fui consigliata di chiedere ugualmente la guarigione e di andare poi a Fatima in ringraziamento. Il medico diceva che se fosse avvenuto il miracolo, lo avrebbe testimoniato senza timore.
In quello stesso anno anche il parroco andò alla Cova da Iria: mi portò di là una corona del Rosario, una medaglietta ed il « Manuale del pellegrino »; consigliandomi una novena alla Madonna. Ne feci parecchie, cantando le lodi mariane stampate nel libretto
A chi mi visitava solevo dire: — Se un giorno mi rivedrete per la strada e mi sentirete cantare, ditelo a tutti: è Alexandrina che ringrazia la Madonna. — Era la mia fiducia in Gesù e Maria che mi faceva parlare così. Tra me pensavo che se fossi guarita mi sarei fatta suora, perché mi spaventava vivere nel mondo; che non sarei più ritornata a rivedere la mia famiglia; che mi sarei fatta missionaria per battezzare tanti moretti e per salvare anime a Gesù. Non avendo ottenuto la guarigione, compresi che mi illudevo e quei miei desideri scomparvero per sempre. Cominciai a sentire ognor più l'ansia di amare la sofferenza e di pensare soltanto a Gesù.

Mi offersi a Gesù Sacramentato come vittima

Un giorno, mentre ero sola e pensavo a Gesù nel tabernacolo, Gli dissi: - Mio buon Gesù, Tu sei imprigionato. Anch'io lo solo. Siamo ambedue carcerati. Tu per il mio bene
ed io incatenata da Te. Tu sei Re e Signore di tutto. Io sono un verme della terra. Ti ho trascurato pensando alle cose del mondo che sono perdizione per le anime, ma ora, pentita di cuore, voglio ciò che Tu vuoi, voglio soffrire rassegnata. Non lasciarmi senza la tua protezione. - Da parecchio tempo chiedevo al Signore amore alla soffe­renza e, senza sapere il modo, mi offersi a Lui come vittima. Il Signore mi concesse questa grazia in misura tanto abbon­dante che oggi non cambierei la sofferenza con quanto esiste nel mondo. Amante del dolore, ero contenta di offrire a Gesù i miei patimenti. Mi preoccupava soltanto consolare Gesù e salvargli anime. Perdute le forze fisiche, abbandonai le distrazioni e, attraverso la preghiera che mi dava un vero conforto, mi abituai a vivere in intima unione col Signore. Quando le visite mi distraevano un poco, ne rimanevo spiacente per non aver pensato a Gesù. Per amore di Gesù e della Mamma celeste mi abituai a fare piccoli sacrifici: rinunciare a guardarmi nello specchio; non parlare per combattere la mia voglia di parlare e vice-versa; vegliare durante la notte per fare compagnia a Gesù; non allontanare le mosche che mi tormentavano, ecc.

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