mercoledì 6 luglio 2011

AUTOBIOGRAFIA - 11

Sofferenze fisiche e spirituali

P. Leopoldino Mateus, abbate di Balasar
Lavorai ancora per alcuni mesi con molta difficoltà; poi fui costretta a smettere e con ripugnanza dovetti sottopormi alle cure dei medici che mi diagnosticavano malattie varie. Tutti avevano pena di me e soffrivo solo per i miei mali fisici, ma ciò durò poco.
Le mie più grandi amiche, i familiari e persino lo stesso parroco si misero contro di me: parecchie persone mi schernivano per la mia andatura, per la posizione che, forzatamente, prendevo in chiesa. Il parroco mi accusava di non mangiare a sufficienza per capriccio e mi ammoniva che se fossi morta mi sarei dannata. Confessandomi mi diceva che era proprio questo il mio peccato più grave. Quanto ne ho sofferto! Mi confidavo soltanto con il Signore. Nel tragitto dalla casa alla chiesa ero solita soffermarmi a guardare le montagne ed ero tentata di fuggire in un luogo ove nessuno mi vedesse. Non l'ho fatto solo per grazia di Dio. Quanto ho pianto! Non ricordo bene quanto durò questa incomprensione; forse meno di un anno. Poi, siccome peggioravo, il parroco stesso consigliò mia madre di accompagnarmi da un medico suo conoscente. Fu lui che mi liberò dal mio martirio, spiegando a chi gli domandava di me che non mangiavo perché non potevo. Anche se non gli fu possibile immaginare pienamente le mie sofferenze, si mostrò molto comprensivo. Fui sollevata da questa sofferenza, ma il Signore ne permise un'altra ancora maggiore. Ne ebbe conoscenza soltanto Gesù e, anni dopo, il mio padre spirituale. Passai sei anni tra letto e lettuccio. Una volta trascorsi cinque mesi senza potermi alzare ma sempre in quella sofferenza spirituale che sopportai per 12 anni, senza svelarla a nessuno.
Trovandomi sola, prigioniera del mio letto, guardavo in lacrime il quadro del sacro Cuore di Gesù: Lo supplicavo di liberarmi da quel tormento e di darmi luce sul da farsi. Così pure mi raccomandavo alla Madonna perché intercedesse per me.

Pretendenti

Sui 16 anni andai con Deolinda a Póvoa per una cura ma­rina. Un giorno, mentre mi recavo in chiesa, un militare mi si avvicinò rivolgendomi galanterie. Mi schermii subito, ma, siccome non si allontanava, gli proposi di attendermi dopo la funzione. Nella mia mente pensavo di cambiare strada e di poterlo schivare. Uscita di chiesa, molto guardinga, non lo vidi e passai per la stessa via. Ad un certo momento me lo trovai davanti senza rendermi conto di dove fosse spuntato. - Signorina, che cosa mi ha promesso? - E così dicendo pretendeva accompagnarmi a casa. Mi fermai e gli fui franca: - Sono ammalata e poi... mia madre non vuole che io faccia l'amore! - Egli non si convinse. Per fortuna comparve Deo­linda. Pensando che io stessi a fare l'amore mi sgridò aspra­mente. Non passai più per quella strada e tutto finì.
Ad un altro giovane che mi accennò al matrimonio risposi: - Non rinuncio alla mamma e a Deolinda per un uomo. – Il parroco, avendo saputo che io piacevo ad un giovanotto, mi disse un giorno: - Se lo vuoi, io mi interesso della fac­cenda. - Gli risposi: - Le pare che nelle mie condizioni possa permettermi di propormi tale problema? - In verità io sapevo e sentivo di essere ammalata, ma inoltre mi mancava l'inclinazione al matrimonio, anche se talora mi passava per la mente che se fossi diventata mamma avrei educato i figli molto cristianamente.

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